Capitolium Art Gallery

GIUSEPPE UNCINI
Umanesimo e potenza

Mostra a cura di Enrico Mascelloni

Il viaggio di ricognizione della scultura italiana post war avviato da Capitolium Art Gallery con le esposizioni dedicate a Leoncillo ed Ettore Colla giunge alla ineludibile tappa dedicata a Giuseppe Uncini, uno dei massimi scultori attivi in Italia tra la fine degli anni ’50 e il primo decennio del 2000. Curata da Enrico Mascelloni con la collaborazione dell’Archivio Uncini, la mostra Giuseppe Uncini. Umanesimo e potenza esporrà, sino al 16 ottobre 2026, otto importanti lavori realizzati da Uncini tra l’inizio degli anni ’60 e il 2000 con l’intento di comporre il sintetico racconto di una ricerca che si segnala per i suoi esiti di inedita originalità.

 

Giuseppe Uncini: 
antisculture di cemento armato

Nato a Fabriano nel 1929, Giuseppe Uncini ha rappresentato al meglio quella che per molti artisti della sua generazione fu l’istanza fondativa della propria ricerca: “La nostra idea fissa era il superamento dell’informale, dicevamo per ironizzare: questi si fanno la pittura addosso, bisogna azzerare tutto”. Il gruppo di amici con cui, nella prima stagione della sua carriera, aveva condiviso l’insofferenza per l’informale era costituito da nomi destinati a lasciare il segno: Angeli, Lo Savio, Festa e, soprattutto, l’amico fraterno Mario Schifano. Sappiamo che le soluzioni trovate per superare l’epocale cul de sac di cui, sul finire degli anni ’50, quei giovani artisti si sentivano prigionieri furono brillanti, ma così divergenti da disgregare il loro sodalizio umano. All’inizio degli anni ’60, Schifano, Angeli e Festa aderirono con entusiasmo e grande successo al nuovo verbo della pop art, Lo Savio morì suicida e Uncini fece quello che aveva sempre fatto e che continuò a fare per tutta la vita: proseguì per una sua personalissima strada. 

La strada ostinatamente percorsa fu quella di lavorare con il cemento e i materiali dell’industria edilizia adoperati programmaticamente “come si usano nei cantieri, per costruire le case, i ponti e le strade” con l’intento di dare vita a oggetti “capaci di esprimere il principio creativo che è all’origine di ogni progresso umano”. Dei suoi elementari manufatti apparentabili a prodotti della moderna industria edilizia si è detto che hanno anticipato il programma estetico dell’Arte povera e quello della Minimal art americana, ma Uncini, pur nella consapevolezza della carica innovativa della sua ricerca, si è sempre mostrato restio ad accettare di essere imprigionato in narrazioni ed etichettature superficialmente proiettate a ignorare che, nella complessa realtà dell’arte, non sempre ciò che sembra equivale a ciò che è. L’unico legame che ha costantemente sottolineato è stato il filo diretto, mai reciso, del suo lavoro con la grande tradizione dell’arte italiana partendo da Giotto. La scabra armonia degli oggetti in mostra sembra dargli ragione: esiste un approccio originalmente italiano all’arte moderna e i nostri maggiori maestri attivi nel secondo dopoguerra lo hanno perseguito facendosi portatori di innovazioni, anche radicalissime, ma innestate sull’irrinunciabile traccia genetica dell’immenso lascito culturale elaborato da una produzione artistica millenaria. 

 

La mostra: 
da uno storico Cementarmato del 1961 al 2000 

Gli otto lavori in esposizione compongono un percorso che rende conto degli esiti della ricerca di Uncini dai primi anni ’60 agli anni 2000. Opera rara e di nodale importanza - non solo nella parabola della carriera dell’artista, ma per la storia della scultura italiana post war - è un Cementarmato del 1961 a cui spetta il compito di introdurre il visitatore nel coerente universo visivo unciniano.

 I Cementarmati, realizzati a partire dal 1957-58, segnano ufficialmente la fine del periodo di formazione di Giuseppe Uncini, iniziato con il suo arrivo a Roma, nel 1953, ospite dello scultore Edgardo Mannucci. In quegli anni lo studio del suo mentore è uno degli abituali punti di incontro della comunità artistica romana, un laboratorio di idee in cui il giovane Uncini entra in contatto con i maestri che, nell’immediato dopoguerra, avevano guidato il rinnovamento dell’arte italiana: Burri, Capogrossi, Afro, Mirko, Cagli, Gentilini, Colla e Franchina. Quel fervido ambiente sarà la sua scuola d’arte, il contesto in cui, dapprima, cercherà di perseguire il progetto di dedicarsi alla pittura individuando il suo maestro in Burri - il pittore che, dipingendo con i legni, i ferri, i catrami e le plastiche “rappresentava, con Fontana, l’unica eccezione a un Informale fatto solo di gesti e segni” - e poi entrerà in crisi, maturando la consapevolezza di essere disinteressato a realizzare l’operazione di cui Burri era il sommo artefice, quella cioè di “modificare il senso delle materie per far diventare tutto pittura”. Uncini troverà la chiave di una sua distintiva ricerca in un percorso di esplorazione delle potenzialità dei materiali usati dall’industria edile, in particolare il cemento armato, la pietra moderna usata per costruire scabri manufatti che non volevano rappresentare nulla se non sé stessi, che non erano pittura e neanche scultura, che ha sempre preferito non chiamare opere, ma oggetti o architetture, per segnalare la loro germinazione dalla vitale azione del costruire, l’azione fondante della cultura dell’uomo. 

Gli altri lavori in esposizione mostrano Uncini concentrato su ricerche finalizzate all’introduzione di materie non fisiche nel processo di costruzione. Nel procedere del tempo, l’artista arricchisce il repertorio delle sue materie d’elezione aggiungendo alla marcata fisicità di cementi, ferri e mattoni materiali incorporei come lo spazio, l’ombra, il vuoto e la luce. Rendere visibile l’invisibile, dare corpo all’impalpabile è il principale cimento a cui l’artista chiama sé stesso. Le soluzioni fornite al problema sorprendono per varietà e originalità. 

Nella serie delle Ombre - sperimentazione avviata alla fine degli anni ’60, rappresentata in mostra da Ombra di Piramide T28, un cemento con legno laminato del 1977 - Uncini, il faber indefesso, realizza l’inedita impresa di costruire l’ombra. Spiegherà in seguito: “Mi accorsi come ciascuno di noi, guardando un oggetto, non ne consideri la luce e l’ombra…cioè non le oggettiviamo….non le consideriamo materie alla stessa stregua della materia che costituisce l’oggetto al quale stiamo dedicando la nostra attenzione. Da questa osservazione alla concretizzazione materiale dell’ombra nello spazio il passo fu breve”. Le sue Strutture Ombra, realizzate costruendo sia l’oggetto che la sua ombra, sono un esempio dell’originalità di una ricerca che non trova eguali nella storia della scultura prodotta in Italia dalla fine degli anni ’50. 

L’opera che chiude il percorso immaginato da Enrico Mascelloni e dall’Archivio Uncini per raccontare in sintesi l’universo prodotto dalla torrentizia creatività di Giuseppe Uncini è un cemento e ferro del 2000, Rilievo n. 99. Per Uncini la morte sarebbe arrivata all’improvviso nel 2008, cogliendo l’artista in una fase di progettualità ancora vivacissima.

Le mostre della galleria

Mostra in corso
18 giugno - 16 ottobre 2026

GIUSEPPE UNCINI Umanesimo e potenza

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Nel cuore di Roma, il nostro spazio espositivo ospita circa 6 mostre ogni anno, presentando le opere di artisti emergenti e affermati di tutto il mondo.
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